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Guerre interconnesse: Ucraina e crisi iraniana nello stesso spazio strategico


Published on Rozes Ratio

On April 3rd, 2026

Non esistono più crisi isolate, ma un sistema di vasi comunicanti dove la tensione in un punto della rete si propaga istantaneamente lungo le direttrici dell’energia, della finanza e della tecnologia. In questo scenario, il conflitto in Ucraina e la crisi iraniana non sono più teatri distanti, ma segmenti di una medesima scacchiera dove la resistenza di Kyiv si trasforma in valuta diplomatica e strategica nel Golfo e i prezzi del petrolio diventano il polmone finanziario di Mosca. Per decodificare questa trama di interdipendenze, ci affidiamo alla visione di Beniamino Irdi, CEO di HighGround e political risk consultancy partner di Rozes. Grazie alla sua esperienza internazionale e alla capacità di leggere le minacce ibride, Irdi ci guida attraverso la nebbia di una guerra che si combatte tanto con i droni Shahed quanto con la riallocazione dei flussi energetici e la disinformazione digitale.

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L’impatto della chiusura dello stretto di Hormuz va molto oltre l’aumento dei prezzi dell’energia: dai Paesi del Golfo proviene una quota significativa di materiali critici per l’industria globale, tra cui circa l’8% della produzione mondiale di alluminio, il 22% dell’urea, il 25% dell’elio e il 45% dello zolfo.

Lo shock sta spingendo i mercati a riallocare flussi e priorità e la Russia, almeno nel breve periodo, ne è uno dei principali beneficiari. Alla vigilia della crisi il settore energetico russo era sotto pressione, con esportazioni in calo, vendite a prezzi scontati e ricavi ai minimi dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. L’aumento dei prezzi del greggio sta ora compensando parte di queste criticità: ogni incremento di 10 dollari al barile si traduce in un aumento stimato dello 0,7% del PIL, mentre il bilancio federale si mantiene in equilibrio già a 59 dollari al barile. Parallelamente, la riallocazione della domanda asiatica favorisce Mosca, con India e Cina che aumentano gli acquisti di greggio russo. Nonostante gli attacchi ucraini abbiano ridotto la capacità di esportazione di 1–2 milioni di barili al giorno, la Russia continua a generare circa 513 milioni di euro al giorno dai combustibili fossili, di cui 372 milioni dal petrolio, in aumento rispetto al mese precedente.

La decisione dell’Amministrazione Trump di sospendere temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo ha contribuito ad aumentare le tensioni con i partner europei, che la percepiscono come una potenziale vulnerabilità sul piano della sicurezza. Parallelamente, la Russia continua a esercitare pressione sull’Europa attraverso strumenti non convenzionali. Cyberattacchi, interferenze elettroniche e provocazioni calibrate vengono utilizzati per testare la capacità di reazione della NATO senza oltrepassare soglie di escalation. In questo quadro si inserisce anche la campagna di disinformazione online “Narva People’s Republic”, smascherata dai servizi di sicurezza estoni, che riproduce schemi già osservati nel Donbass e mira a generare ambiguità e pressione psicologica.

Se sul piano energetico Mosca guadagna spazio, sul piano militare è l’Ucraina a dimostrare una capacità di adattamento significativa. Dopo aver fronteggiato decine di migliaia di droni Shahed di progettazione iraniana, Kyiv ha sviluppato capacità scalabili di contrasto, combinando droni intercettori e guerra elettronica. Queste competenze vengono ora esportate nel Golfo: oltre 200 specialisti ucraini sono stati dispiegati tra Emirati, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Giordania per supportare le forze locali nell’intercettazione dei droni iraniani. Questo trasferimento di know-how ha un valore strategico rilevante, riducendo la dipendenza da sistemi missilistici costosi e limitati, impiegati sia dagli Stati Uniti sia dai Paesi del Golfo. Due droni dal costo di circa 10.000 dollari possono neutralizzare un Shahed, evitando l’impiego di intercettori dal valore di diversi milioni.

Si tratta tuttavia di segnali ambivalenti. Nel breve periodo, la crisi in Medio Oriente offre a Mosca un beneficio economico diretto, rafforzando entrate e margini. Nel medio-lungo periodo, di contro, un eventuale indebolimento strutturale del regime iraniano, o un suo collasso, comporterebbe la perdita di un partner regionale chiave con effetti negativi sulla proiezione russa in Medio Oriente.

Al contempo, il progressivo spostamento dell’attenzione politica, militare e diplomatica verso la crisi iraniana sta riducendo lo spazio di manovra ucraino e l’assenza di prospettive diplomatiche e la riallocazione delle risorse occidentali incidono sulla posizione negoziale ucraina.

Nel complesso, emerge un sistema di conflitti sempre meno separati e sempre più interconnessi. Il teatro ucraino e la crisi nel Golfo stanno convergendo all’interno di uno stesso spazio strategico in cui dinamiche energetiche, militari e politiche si influenzano reciprocamente. Così, la distinzione tra scenari regionali perde rilevanza, mentre acquistano centralità le interdipendenze e gli effetti di propagazione tra crisi diverse.