Published on Rozes Ratio
On May 8th, 2026
La corsa al primato nell’intelligenza artificiale non si gioca solo nei modelli, ma nelle infrastrutture che li rendono possibili. Data center, reti elettriche e supply chain energetiche stanno emergendo come il vero terreno della competizione tra Stati, trasformando una dinamica finora tecnologica in una questione con implicazioni sempre più dirette sul piano della sicurezza.
Gli attacchi iraniani contro infrastrutture cloud nel Golfo segnano un passaggio di fase. Queste strutture non sono più semplici asset digitali, ma nodi critici di proiezione economica e, in alcuni casi, militare. Colpire un data center non significa interrompere solo capacità di calcolo ma servizi finanziari, logistica e funzioni operative essenziali.
Il controllo delle fonti energetiche e del loro approvvigionamento è dunque un fattore abilitante al pari del software. I data center sono oggi tra i principali driver della domanda elettrica globale e la loro espansione sta già mettendo sotto pressione reti e sistemi di trasmissione. La competizione sull’AI si misura quindi anche nella capacità di garantire energia stabile, scalabile e a basso costo.
Non è un caso che gli hub si siano sviluppati dove questi fattori si combinano: negli Stati Uniti, dove la scala industriale si accompagna a politiche attive, e nei Paesi del Golfo, dove il costo dell’energia rappresenta un vantaggio competitivo decisivo. Anche l’Europa cerca però di ritagliarsi uno spazio. Con un mercato dei dati destinato a superare i 1.000 miliardi di euro entro la fine del decennio, l’Italia punta a posizionarsi come hub mediterraneo della data economy, facendo leva su connettività sottomarina, disponibilità di rinnovabili e riconversione di aree industriali.
Secondo il rapporto Data Center in Italia, negli ultimi anni l’Italia ha accelerato lo sviluppo di cavi sottomarini internazionali, consolidando il ruolo del Mediterraneo come corridoio strategico dei flussi digitali. Dal 2023 è operativo BlueMed di Sparkle, che collega Italia e Mediterraneo orientale. Parallelamente, Meta, China Mobile e Vodafone hanno investito nel progetto 2Africa, una dorsale lunga oltre 45 mila chilometri che connette Europa e Africa, mentre Google finanzia il progetto SeaMed per collegare Palermo alla Turchia e al Mediterraneo orientale.
Inoltre, secondo uno studio AGICI, la capacità installata dei data center italiani triplicherà entro il 2030, passando da circa 600 megawatt a 2 gigawatt, con investimenti superiori ai 18 miliardi di euro e un impatto occupazionale stimato in circa 70 mila posti di lavoro tra digitale ed energia. Il dato segnala un cambio di scala. I data center si configurano sempre più come infrastrutture industriali, con un peso diretto sulla competitività del sistema Paese e sul funzionamento del sistema elettrico.
Per questa stessa ragione, questa espansione genera nuove vulnerabilità. La concentrazione geografica aumenta l’efficienza, ma espone le infrastrutture a rischi di tipo cinetico, interruzioni energetiche e shock geopolitici. Il caso del Golfo è emblematico. Infrastrutture costruite per attrarre investimenti globali si sono rapidamente trasformate in bersagli di ritorsione militare. Questa evoluzione ha anche implicazioni politiche interne. Negli Stati Uniti, l’espansione dei data center sta già generando tensioni sul prezzo dell’energia e pressioni regolatorie per limitare l’impatto sulle reti locali. In Europa, il tema si intreccia invece con vincoli infrastrutturali e obiettivi di transizione energetica.
Cavi sottomarini e interconnettori energetici rappresentano a loro volta uno dei principali punti di fragilità dell’ecosistema europeo: quasi il 99% del traffico internet intercontinentale e circa 8,5 trilioni di euro di flussi finanziari giornalieri transitano attraverso reti subsea, mentre una parte rilevante delle forniture energetiche europee dipende da pipeline e collegamenti elettrici sottomarini, soprattutto nel Baltico e nel Nord Europa.
Gli episodi degli ultimi mesi, dal sabotaggio di cavi telecom nel Mar Baltico alla disruption dell’Estlink 2 fino alla presenza della nave russa Yantar nel Mare del Nord, hanno evidenziato quanto queste infrastrutture siano esposte ad operazioni di sabotaggio. Secondo il report CSIS Russia’s Shadow War Against the West, le operazioni russe di sabotaggio in Europa sono aumentate rapidamente negli ultimi anni, passando da 3 episodi nel 2022 a 34 nel 2024; circa il 21% ha colpito infrastrutture critiche, incluse pipeline, cavi in fibra ottica sottomarini e reti elettriche.
In questo scenario, i nuovi equilibri dell’AI sono il segnale di un cambiamento più profondo. La resilienza non dipende più soltanto dalla sicurezza informatica, ma dalla capacità di diversificare geograficamente e proteggere fisicamente le infrastrutture. Si ridefiniscono inoltre i rapporti tra pubblico e privato: asset infrastrutturali in larga parte nelle mani di operatori privati diventano il punto di intersezione di interessi pubblici, con implicazioni dirette su mercati ed energia. Ne emerge uno schema in cui la competizione non si gioca più solo sull’innovazione, ma sulla capacità di tenuta dei sistemi.